I COLORI CHE RESTAVANO


"NON POSSO SCEGLIERE I COLORI MA IL MIO FOGLIO NON SARÀ MAI BIANCO"

Avevo forse cinque anni.
Un giorno la maestra d'asilo chiamò i miei genitori.
Era preoccupata.
Disse che c'era qualcosa che non andava in me, perché tutti i miei disegni erano marroni, grigi o neri.
Secondo lei quei colori raccontavano qualcosa di profondo. Qualcosa che una bambina della mia età non avrebbe dovuto avere.
Mia mamma ascoltò tutto con attenzione.
Poi non disse nulla.
Si avvicinò a me e, davanti alla maestra, mi fece una sola domanda.
«Silvia, perché usi sempre questi colori?»
La guardai come se mi avesse fatto la domanda più semplice del mondo.
«Perché quando la maestra mette i pennarelli sul tavolo, gli altri bambini prendono subito quelli belli e colorati. Io faccio il mio disegno e quando vado a prendere i pennarelli restano solo questi. E io non posso lasciare il disegno senza colori. Così uso quelli che rimangono.»
Fine.
Nessun trauma.
Nessun disagio.
Nessun mistero da risolvere.
Solo una bambina che aveva voglia di disegnare.
La maestra aveva costruito un'intera spiegazione psicologica osservando dei semplici disegni.
Mia mamma, invece, mi fece una domanda.
E in pochi secondi tutta quell'interpretazione crollò.
Non c'era tristezza.
Non c'era un disagio nascosto.
C'era soltanto una bambina pratica che, invece di lamentarsi perché i colori vivaci erano finiti, prendeva quelli rimasti e continuava a creare.
Ripensandoci oggi, mi viene da sorridere.
Quella maestra cercava una spiegazione complicata.
Aveva già trovato una risposta senza aver mai pensato di chiedere proprio a me.
Dopotutto ero solo una bambina.
Mia mamma, invece, cercò semplicemente la verità.
E la verità, molto spesso, ha il volto delle cose semplici.
C'è un'altra cosa che mi emoziona.
Mia mamma, ancora oggi, ricorda quell'episodio e dice che io ero già così.
Osservavo.
Ascoltavo.
Imparavo.
Senza che nessuno pensasse di insegnarmi qualcosa in quel momento.
È così che ho imparato a leggere, osservando lei mentre insegnava a mio fratello.
Non avevo bisogno che qualcuno mi dicesse di fare attenzione ai dettagli.
Lo facevo già.
Ero curiosa del mondo.
E lo sono ancora.
Forse è per questo che, ancora oggi, riesco a passare ore ad ascoltare il vento tra gli alberi, a guardare Loki che corre e si rotola felice o una pianta che torna a vivere quando tutti la credevano ormai spacciata.
Le persone cambiano.
Ma certe parti di noi nascono con noi.
Ci sono cose che non scegliamo: le circostanze, gli ostacoli, quello che gli altri ci lasciano.
Ma possiamo sempre scegliere cosa fare con quello che abbiamo.
Non ho mai scelto tutti i colori che la vita mi ha messo a disposizione, ma non ho mai lasciato il foglio bianco.
Ripensando a quella mattina, mi rendo conto che mia madre mi fece un dono enorme.
In un momento in cui qualcuno stava cercando di definirmi con un'etichetta, lei non l'accettò.
Scelse di fidarsi della mia voce.
Mi diede la possibilità di spiegarmi.
E non è una cosa così scontata.
Forse è proprio questo uno dei regali più grandi che un genitore possa fare a un figlio: credere che la sua risposta valga più delle nostre supposizioni.
(La bambina dei bigliettini - i bigliettini nascosti)

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