cinque minuti mancati

CINQUE MINUTI MANCATI

"La cosa più preziosa non è il tempo. È come scegliamo di regalarlo."

Entrai nel reparto di radiologia come entro quasi sempre ovunque: guardando l'orologio.
Avevo fretta.
La fretta di fare quel controllo, la fretta di tornare a casa, la fretta di ricominciare la mia giornata.
La sala d'aspetto era quasi vuota. Tirai un sospiro di sollievo: avrei fatto presto.
La radiografia era nel seminterrato e lì sotto c'era un silenzio innaturale, un silenzio che riuscì a calmare i miei sensi e a farmi respirare per un attimo.
Seduto poco distante da me c'era un uomo.
Era più grande di me. Distinto. Elegante, ma non per gli abiti. Era elegante nei modi, nella calma con cui abitava quel luogo che, normalmente, mette ansia a tutti.
Se ne stava seduto con le ginocchia leggermente aperte e i gomiti appoggiati sopra di esse.
Tra le mani aveva un foglietto.
Continuava a rigirarlo lentamente: lo guardava, lo ripiegava, poi ricominciava.
Oggi penso che, forse, non stesse davvero leggendo quel foglio.
Forse stava solo cercando di tenere ferme le mani mentre la sua testa era altrove.
Mi rivolse la parola con una naturalezza che mi sorprese.
Mi raccontò di sua moglie, che non c'era più.
Di sua figlia.
Di un controllo che doveva fare.
Non entrò mai nei dettagli.
Non cercava compassione.
Sembrava soltanto aver bisogno di condividere qualche minuto con qualcuno.
Mi chiese cosa dovessi fare. Gli dissi che era un controllo di prevenzione per i tumori.
Lui annuì e disse che facevo bene, che era importante.
In quel momento nei suoi occhi passò qualcosa, come un rimorso.
Poi abbassò leggermente lo sguardo, sorrise con una dolcezza che non ho più dimenticato e mi disse:
"mangiamo qualcosa insieme dopo? Ti posso offrire un pranzo?"
Non c'era malizia.
Non c'era leggerezza.
C'era solo il desiderio, profondamente umano, di non attraversare da solo quel momento.
Io dissi di no.
Avevo fretta.
Me ne andai.
Per anni ho pensato di aver perso l'occasione di poter scambiare una conversazione vera e profonda.
Ho avuto la sensazione di aver chiuso la porta in faccia a qualcuno che, in fondo, chiedeva soltanto cinque minuti di presenza vera.
Poi, molto tempo dopo, mia madre mi raccontò un episodio.
Forse la vita, a volte, ci ripropone la stessa domanda finché non siamo pronti ad ascoltarla.
Anche lei correva.
Corre ancora oggi.
Uscendo dall'ospedale, un ragazzo molto giovane cercò di fermarla.
"Signora... un secondo."
Lei rispose senza fermarsi:
"Non ho tempo. Devo aprire il negozio."
Lui la richiamò ancora.
Lei si girò.
E lui disse soltanto:
"Almeno un sorriso."
Mia madre, invece di andarsene liquidandolo, gli si avvicinò.
Gli fece una carezza, gli sorrise e lui sorrise a sua volta.
Poi se ne andò.
Quando mi raccontò quella scena, capii una cosa.
Forse alcune persone entrano nella nostra vita solo per pochi minuti.
Non per cambiarla con grandi gesti.
Ma per interrompere la nostra corsa.
Per ricordarci che ogni tanto vale la pena fermarsi.
Da allora penso spesso a quell'uomo della radiologia.
Non so che fine abbia fatto.
Non so nemmeno se si ricorderebbe di me.
Ma ogni volta che mi torna in mente il suo sorriso gentile, il foglietto che continuava a girarsi tra le mani e quella calma così diversa dalla mia, mi accorgo che qualcosa, dentro di me, è cambiato.
Oggi provo a concedere qualche secondo in più alle persone.
Non sempre ci riesco.
Anch'io continuo a correre.
Ma ogni tanto mi fermo.
Perché ho imparato che alcune persone non ci chiedono denaro.
Non ci chiedono favori.
Ci chiedono soltanto la cosa più preziosa che possiamo offrire.
La nostra presenza.
Quell’uomo non mi ha lasciato un foglio, ma mi ha lasciato un messaggio.
E io oggi lo sto finalmente consegnando.

(La bambina dei bigliettini - i bigliettini ritrovati)
Silvia Simona Biolcati Rinaldi 

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