quando pensavo di affogare

Bigliettino
"Pensavo che il mare mi stesse portando via. Invece mi stava restituendo qualcosa"

QUANDO PENSAVO DI AFFOGARE
Una volta sono andata al mare, in Liguria.
Era una di quelle giornate in cui il sole sembra voler sciogliere ogni cosa. L'aria era immobile, pesante, e la spiaggia ribolliva di gente in cerca di un po' di fresco.
Il mare era mosso.
Non cattivo, non minaccioso. Solo abbastanza agitato da ricordarti che era lui a comandare.
Vicino alla riva c'erano persone ovunque. Bambini che giocavano, ragazzi che si tuffavano tra le onde, famiglie intere che cercavano sollievo dall'afa.
Faceva così caldo che entrare in acqua sembrava l'unica cosa sensata da fare.
Così entrai.
Come faccio sempre, iniziai a nuotare per allontanarmi un poco dalla riva, abbastanza lontano dalle urla da sentire solamente il battito del mio cuore ed il mio respiro immergendo le orecchie. Niente di particolare. Una decina di metri, forse qualcosa in più.
Mi piaceva sentire l'acqua sotto di me e guardare la spiaggia da una prospettiva diversa.
Quando sei in mezzo al mare a volte non ti rendi conto di essere in pericolo perché tutto intorno sembra allegro e colorato e anche le onde nell'acqua profonda danno l'idea di essere più innocue.
Poi, senza che me ne accorgessi davvero, le onde in un modo impercettibile ed infido iniziarono a spingermi verso il largo.
Provai a tornare indietro.
Nuotavo.
Ma la riva sembrava non avvicinarsi.
Nuotavo ancora.
Ero sempre lì.
Per la prima volta sentii una fitta di paura.
Non una paura vera e propria, almeno all'inizio. Più una sensazione fastidiosa, un pensiero che si insinua piano.
Perché faccio così fatica?
Continuai a nuotare.
Piano.
Con ostinazione.
Il fiato si faceva sempre più corto e il cuore accelerava per la fatica.
Finché, dopo un tempo che mi sembrò infinito, riuscii ad avvicinarmi alla spiaggia. 
E fu allora che arrivò la parte peggiore.
Più mi avvicinavo alla riva, più le onde diventavano violente.
Sembrava che il mare, con le sue dita avvolgenti mi afferrasse per trascinarmi via con sé da qualche parte negli abissi.
Tanto che ad un certo punto riuscivo quasi a sentirne la voce: " tu non te ne vai! Vieni via con me!".
Ogni volta che cercavo di uscire, un'ondata mi travolgeva e mi trascinava sotto.
I sassi sbattevano di qua e di là come i dadi in un barattolo e la ghiaia che si trascinava sul fondo aveva assunto un suono spaventoso come se dovesse ricoprirmi tutta da un momento all'altro.
Mi rialzavo.
Facevo qualche passo.
Un'altra onda.
Mezzo respiro appena.
Di nuovo sott'acqua.
La sabbia, i sassi, l'acqua salata.
Tutto insieme.
Provai ad aspettare il momento giusto con gli occhi annebbiati di sale e la voglia di vomitare.
Osservavo il mare cercando di capire quando correre verso la spiaggia.
Tra un'onda e l'altra.
Tra una possibilità e la successiva continuavo a perdere equilibrio.
Quando mi sembrò di aver trovato il momento adatto partii.
Camminare era difficile.
I sassi rotolavano sotto i piedi ferendoli.
L'acqua di ritorno mi frenava come uno spintone sul petto. 
Avevo l'impressione di essere malmenata da più persone e da direzioni diverse. 
Non era un incontro alla pari, ero sicuramente in minoranza e ci fu un minuscolo istante in cui addirittura mi sentii ferita nell'orgoglio per la scena pietosa a cui pensai, sicuramente tutti gli altri sulla spiaggia stavano assistendo.
Ma continuai.
Poi arrivò un'onda più grande delle altre.
Mi colpì in pieno.
Mi trascinò sotto.
Ricordo ancora quella sensazione.
Non stavo più nuotando.
Non stavo più camminando.
Ero diventata parte del vortice.
Mi sentivo senza ossa.
Acqua.
Sabbia.
Sassi.
Rumore.
Buio.
Per un attimo non capii più dove fosse il sopra e dove il sotto.
Cielo e terra non avevano più alcun senso.
Pensai davvero che fosse finita.
E invece successe qualcosa che ancora oggi faccio fatica a spiegare.
Non arrivò il coraggio.
Non arrivò la calma.
Non arrivò una voce nella testa.
Arrivò una forza.
Una forza che non sapevo di avere.
Ero senza fiato.
Ero stanca.
Avevo già dato tutto quello che pensavo di avere.
Eppure da qualche parte, dentro di me, c'era ancora qualcosa.
Non morirò qui. Oggi. Così.
Mi tirai su.
Spinsi.
Lottai.
Ancora.
E ancora.
Finché trascinandomi e senza sapere se ero ancora vestita, riuscii ad arrivare a riva.
Quando finalmente uscii dall'acqua ero bianca come un lenzuolo.
Entrai nello spogliatoio con il cuore che batteva all'impazzata.
Avevo ancora su il custome che per fortuna era un solo pezzo, lo tolsi e una piccola montagna di sabbia e sassolini cadde sul pavimento.
Rimasi lì qualche minuto a fissarli.
Seduta.
A respirare.
A capire.
A fermare il mondo.
A rendermi conto di quello che era appena successo.
E fu proprio in quel momento che imparai qualcosa su me stessa.
Io sono una persona che si preoccupa.
Ho paura del futuro.
Ho paura di molte cose.
Spesso dubito delle mie forze più di quanto dovrei.
Ma quel giorno il mare mi insegnò una lezione che non ho più dimenticato.
Quando penso di non farcela, quando mi sembra di essere arrivata al limite, quando credo di non avere più energie...
non è quasi mai vero.
Da qualche parte trovo sempre una forza inaspettata.
Forse ne esco acciaccata.
Forse con qualche ferita.
Forse tremando.
Ma ne esco.
Quel giorno, in mezzo alle onde, non ho scoperto quanto fosse forte il mare.
Ho scoperto quanto fossi più forte di quanto avessi sempre creduto.
E da allora, ogni volta che la vita mi mette sott'acqua, continuo a fare la stessa cosa.
Cerco la riva. ❤️🌊
(I bigliettini ritrovati) 



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